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Alla scoperta della Guinea Equatoriale

Alla scoperta della Guinea Equatoriale

  • Un Paese con più ombre che luci – il suo primo Presidente si nominò ‘a vita’ – il colpo di stato che portò al potere l’attuale Presidente – nel 1995 la grande scoperta: il petrolio – il rapporto con Obama – la sfida dell’organizzazione della Coppa d’Africa

Con Mario Raffaelli, grande esperto di Africa, Presidente di Amref Italia e Vice Presidente di Amref International, RADIOCALCIO racconta la storia di un paese del continente africano, la Guinea Equatoriale, alla luce delle cronache per aver ospitato la Coppa d’Africa 2015. Le luci, le ombre di un Paese molto ricco, di grande potenzialità, con problemi ancora da superare, sono i passaggi della testimonianza di Mario Raffaelli.

La Guinea Equatoriale deve il suo nome alla sua collocazione geografica tra la linea dell’Equatore e il Golfo di Guinea.
Per la verità, è meno famosa sia della Guinea Bissau (la cui lotta anticoloniale venne guidata da un leader storico come Amilcare Cabral) che della Guinea Conakry (che ha espresso, a sua volta, un Presidente come Sèkou Tourè, unico a rifiutare l’entrata nella Comunità Francese, proposta da De Gaulle per unire le ex colonie).

 

La Guinea Equatoriale comprende un’ area di appena 30.000 kq, di cui una parte in terraferma e un’altra divisa fra alcune isole di origine vulcanica, tra cui quella di Bioko (una volta chiamata Fernando Po’ , dal nome del suo scopritore portoghese) dove oggi è collocata la capitale del paese, Malabo.

 

La Guinea Equatoriale è oggi sotto la luce dei riflettori della stampa internazionale per la scelta di ospitare la 30^ edizione della Coppa d’Africa del calcio. In effetti, la Guinea aveva già ospitato la Coppa nel 2012 ma, quella volta, insieme al Gabon. In questo caso, invece, la Guinea Equatoriale farà tuto da sola, e lo farà dopo il ritiro della disponibilità del Marocco (già prescelto) a causa dell’epidemia di Ebola.

 

Già questo fatto evidenzia la difficoltà della scommessa. Basti pensare che in Marocco le città prescelte ad ospitare le partite erano Rabat, Marrakesh, Agadir, Tangeri (con Casablanca di riserva), tutte cariche di storia, fascino e strutture collaudate. Mentre in Guinea gli stadi sono quelli di Bata (40.000 posti), il nuovo impianto costruito a Malabo (15.000 spettatori) e le due piccole strutture di Mongomo e Ebebayn.

 

Tuttavia la Coppa ha preso inizio e, a parte qualche protesta pittoresca (il coach francese del Congo si è lamentato per la scarsità di acqua nell’Hotel), sta procedendo regolarmente, godendo di una copertura televisiva globale garantita da Eurosport.
Ovviamente questa occasione può essere vista in due modi diversi. Come accusa l’opposizione, può essere utilizzata per nascondere le magagne del regime. Oppure, come ha sostenuto il Presidente nella cerimonia d’apertura, come una grande opportunità di crescita per tutti.

 

Va detto, infatti, che, fino ad oggi, la storia di questo paese è stata caratterizzata da luci e ombre. Anzi, per la verità, molte più ombre che luci.
Tralasciando la storia coloniale che, a partire dalla scoperta del già citato navigatore portoghese Fernando Po’, ha visto un complicato intreccio di vicende coinvolgenti Portogallo, Spagna e, in certe fasi, anche lo United Kingdom, la Guinea Equatoriale (unico paese africano in cui si parla lo spagnolo) ha raggiunto l’indipendenza il 12 ottobre del 1968.

 
Il suo primo Presidente, Francisco Macias Nguema, creò subito un partito unico, si nominò Presidente a vita e, a dispetto di una condanna formale del marxismo, strinse forti legami con i paesi comunisti dell’epoca, in particolare Urss, Cina e Cuba. Con questi paesi scambio aiuti con licenze e concessioni, in particolare per l’uso della base navale di Luba. Quest’ultima assunse un ruolo importante per i sovietici e i cubani durante la guerra in Angola, assieme all’utilizzo del nuovo Aeroporto internazionale di Malabo.

 

A metà degli anni 70 il regime di Francisco Macias cominciò ad essere accusato di commettere atrocità di massa. Il consiglio Mondiale delle Chiese arrivò ad affermare che, su una popolazione che allora non superava le 3000.000 persone, ben 80.000 erano state uccise. In questo contesto avvenne un colpo di stato sanguinoso che, il 3 agosto 1979 portò alla nomina dell’attuale Presidente, Teodoro Obioang Nguema Mbasongo.

 

La storia del paese registrò un’improvvisa e fortissima svolta nel 1995, quando una compagnia americana scoprì i primi giacimenti petroliferi. Nel giro di pochi anni la produzione raggiunse l’incredibile cifra di 376.000 barili al giorno, rendendo così la Guinea Equatoriale il 3° produttore nell’Africa Subsahariana, subito dopo la Nigeria e l’Angola.
Questa situazione provocò un’improvvisa accelerazione dal punto di vista economico non accompagnata, tuttavia, da un’analoga evoluzione politica.

 

Da un punto di vista macroeconomico, infatti, nonostante un leggero calo della produzione iniziato nel 2005, una tale ricchezza petrolifera (alla quale si è aggiunto il gas) concentrata in un paese che conta ancora oggi appena 800.000 abitanti, ha fatto schizzare la Guinea Equatoriale al primo posto nella classifica del PIL pro capite dell’Africa Subsahariana, 22.300 dollari, vale a dire quattro volte il Pil pro capite del Sud Africa (e quasi pari al Portogallo).

 

Come sempre, in casi come questo, la medaglia presenta due facce.
Ciò che può essere sottolineato positivamente è il tentativo di diversificare il sistema economico, utilizzando queste grandi risorse energetiche per stimolando la nascita di iniziative produttive nei settori della pesca , del petrolchimico, del minerario, del turismo. Incoraggiando anche investimenti e presenze straniere, in primo luogo Stati Uniti e, poi, Cina, Canada, Brasile, Sud Africa, Olanda. Inoltre, il governo ha finanziato sia interventi infrastrutturali (porti e aeroporti) che nei settori sociali, con la costruzione di case, strade, linee elettriche, acquedotti.

 

L’altra faccia della medaglia, ovviamente, è costituita dall’insopportabile divario nella distribuzione del benessere, dove ad un alta concentrazione di ricchezza nelle mani dell’élite che circonda il governo corrisponde l’estrema povertà dei ¾ della popolazione.

 

In questo senso diventerà decisiva la possibilità o meno di un reale processo politico di modernizzazione democratica. Infatti, anche in mancanza di fratture etniche (la grande maggioranza della popolazione è di origine Bantù, suddivisa su due grandi famiglie etniche, i Fang (80%), i Bubi (15%) e un 5% di minoranze sparse) una grande disparita economica, aggravata da evidente e impunita corruzione, può condurre, prima poi, a ribellioni violente. Tanto più in presenza di un processo di transizione all’interno della cerchia di potere che, nei fatti, è già iniziato, sia per l’età del Presidente, che per la longevità del suo potere (in concorrenza, ormai, con i soli casi di Mugabe e Dos Santos).

 

Dal punto di vista Costituzionale la Guinea Equatoriale è un sistema pluripartitico, anche se molte organizzazioni umanitarie ritengono questo rappresenti solo una facciata. Di fatto, nelle ultime elezioni del 2009, il Presidente Obiang ha ottenuto il 95.4 dei voti ed il suo partito (Democratic Party of Equatorial Guinea) abbia conquistato 99 seggi contro l’unico ottenuto dall’opposizione (Convergence for Social Democracy Party).

 

E’, quindi, evidente che c’è una lunga strada da percorrere. E per incoraggiare positivamente questo percorso sarà importante l’interazione con la comunità internazionale.
In questo contesto vanno citati sia il rapporto intercorso con il Presidente Obama che l’ingresso nella “Comunità dei paesi di lingua lusofona” avvenuta nel giugno 2014, a seguito dell’abolizione della pena di morte e l’adozione della lingua portoghese accanto allo spagnolo.
Altrettanto importanti saranno le pressioni per la creazione delle condizioni atte all’entrata (già respinta una prima volta) nel “Extractive Industries Trasparency Initiative” (sia per la lotta alla corruzione che per rafforzare il ruolo della società civile) e perché diventino effettive le più volte annunciate iniziative di dialogo interno per il miglioramento delle istituzioni e delle libertà di stampa e di opinione.

 

La Guinea Equatoriale si trova, quindi, ad un bivio e, in una situazione come questa, la forte esposizione mediatica indotta dalla Coppa d’Africa può costituire una importante occasione. In fin dei conti è stata raccolta una sfida che paesi ben più attrezzati avevano declinato. Va ricordato, infatti, che, dopo il Marocco, anche l’Egitto, il Ghana, il Sudan, l’Angola e lo stesso Sud Africa hanno lasciato cadere l’offerta fatta dalla “Confederation of African Football”.

 
Per reggere questa sfida la Guinea Equatoriale ha dovuto dimostrare una capacità organizzativa particolare per quanto riguarda la necessità di sottoporre ai controlli antiebola tutti i calciatori e i numerosissimi addetti ai lavori. Estendendoli il più possibile per tutta la durata della manifestazione.

 

Il solo fatto che una tale manifestazione sportiva e pacifica possa svolgersi a poca distanza dai luoghi dove Boko Haram commette i suoi terribili massacri rappresenta, di per sé, un evento importante. Speriamo si possa tradurre anche in un nuovo inizio per la Guinea Equatoriale, non esaurendosi in una semplice ed inutile parentesi per un paese con grandi problemi aperti, troppo spesso dimenticati.