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Ormezzano: Contratto. Parola tra le più vuote nel calcio

Ormezzano: Contratto. Parola tra le più vuote nel calcio

So Foot

 

di Gian Paolo Ormezzano*

 

Giallorossi di nuovo a meno 3 dai bianconeri, forse si dovrà aspettare l’alba del marzo 2015, Roma-Juve, per ridere di nuovo. Intanto mi spupazzo un altro evento, un altro tema. Emblematico, come si dice con una parola persino più brutta che abusata. C’è per me qualcosa di triste nelle pieghe dell’ufficialmente festoso annuncio della Juventus sul rinnovo del contratto di Pogba, il giovane talento francese. Pogba è bianconero sino al 2019, ingaggio praticamente triplicato, con i cosiddetti bonus che nessuno sa bene cosa siano, da un milione e mezzo a quattro e mezzo circa. Qualcosa di triste perché si pensa che ormai nel calcio la parola contratto è una delle più vuote, e infatti immediatamente si pensa che Pogba, con i tetti nostrani di salario, non sarà comunque proteggibile dagli assalti che probabilmente muoveranno società come Real Madrid, Paris Saint Germain, Bayern Monaco, Chelsea o i due Manchester, in attesa di cinesi e indiani impazziti.

 

Il contratto nel calcio non regge più proprio da quando il calciatore, assimilato ad un lavoratore, ha avuto quei diritti sacri, relativi alla libertà di lavoro, che intanto magari il lavoratore tipico, metalmeccanico e vasti dintorni, sta perdendo. Il calciatore che intende non rispettare il pur ottimo contratto e farsi cedere si mette, semplicemente, a giocar male.

 

Non esiste un calciometro o un giurì per stabilire se lui è un lavativo, un demotivato, un calcolatore che lo sta facendo apposta o uno che ha perso lo smalto, l’ispirazione. Si può protestare contrattualmente un tenore che non regge la nota, un pittore che non sta al capitolato e dipinge la montagna anziché il mare, uno scultore che non rispetta il tema del committente, idem uno scrittore. Il calciatore no, lui si mette a giocar male e il club deve cederlo, sennò ha i danni e le beffe di un salario da pagare e di un capitale umano che intanto si deteriora.

 

C’è pure la vergogna della clausola rescissoria: per lasciarti libero di non rispettare il contratto io club voglio ics milioni. Ma il calciatore l’accetta solo se in cambio ha un salario da favola. E la frase per cui il calcio è ormai una regolare industria procura un riso vicino al rictus, senza dover aspettare Roma-Juventus.

 

Non so dove il calcio, o almeno questo calcio, andrà a finire. So dove già è andato a sfinire.

 

(*) Gian Paolo Ormezzano (1935), è giornalista sportivo dall’età di 18 anni. Ventitré Olimpiadi tra estive e invernali (un record mondiale), tantissimo ciclismo (28 edizioni del Giro d’Italia, 12 del Tour de France), nuoto e atletica (anche praticati: podista maratoneta alle gare di New York e Torino, finite a 60 e 63 anni). Per il calcio migliaia di articoli, cinque campionati mondiali, libri. Tre ampie storie di tre sport: ciclismo, atletica e calcio. Quattro giornali invasi nel corso delle sue lunghe scorrerie: Tuttosport (anche da Direttore Responsabile), La Stampa (inviato ed editorialista), Famiglia cristiana e Il giornalino.

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